Lega giovanile della sinistra comunista

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Partito e Classe, Partito Comunista D'Italia
view post Posted on 13/10/2009, 11:26Quote

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Da "Rassegna Comunista", anno 1, n. 2 del 15 aprile 1921.

http://www.autistici.org/volna/index.php?o...5674&Itemid=174

Nelle tesi sul compito del Partito Comunista nella Rivoluzione proletaria, approvate dal II Congresso dell'Internazionale Comunista, tesi veramente e profondamente ispirate alla dottrina marxista, si assume come punto di partenza la definizione dei rapporti fra partito e classe, e si stabilisce che il partito di classe non può comprendere nelle proprie file che una parte della classe medesima - mai tutta - forse mai neppure la maggioranza.

Questa evidente verità meglio sarebbe stata posta in risalto, ove si fosse precisato che non si potrebbe nemmeno parlare di classe quando non esista una minoranza di questa classe, tendente a organizzarsi in partito politico.

Che cos'è infatti, secondo il nostro metodo critico, una classe sociale? La ravvisiamo noi forse in una constatazione puramente obiettiva, esteriore, dell'analogia di condizioni economiche e sociali, di posizione rispetto al processo produttivo, di un grande numero di individui? Sarebbe troppo poco. Il nostro metodo non si arresta a descrivere la compagine sociale quale essa è in un dato momento, a tracciare astrattamente una linea che divida in due parti gli individui che la compongono come nelle classificazioni scolastiche dei naturalisti. La critica marxista vede la società umana in movimento, nel suo svolgersi nel tempo, con criterio essenzialmente storico e dialettico, studiando cioè il collegarsi degli avvenimenti nei loro rapporti di reciproca influenza.

Anziché prendere - come secondo il vecchio metodo metafisico - una fotografia istantanea della società in un momento dato, e lavorare poi su quella per riconoscervi le varie categorie in cui gli individui che la società compongono vadano catalogati, il metodo dialettico vede la storia come una cinematografia che svolge l'uno dopo l'altro i suoi quadri; ed è nei caratteri salienti del movimento di questi che la classe va cercata e riconosciuta.

Nel primo caso cadremmo nelle mille obiezioni dei puri statistici, dei demografi, gente - se mai ve ne fu - di corta vista, che rivedrebbero le divisioni, osserverebbero che non vi sono due classi, o tre, o quattro, ma ve ne possono essere dieci o cento o mille separate fra loro per successive gradazioni e zone intermedie indefinibili. Nel secondo caso abbiamo ben altri elementi per riconoscere questo protagonista della tragedia storica che è la classe, per fissarne i caratteri, l'azione, le finalità, che si concretano in uniformità evidenti, in, mezzo alla mutevolezza di una congerie di fatti che il povero fotografo della statistica registrava in una fredda serie di dati senza vita.

Per dire che una classe esista ed agisca in un momento della storia non ci basterà dunque conoscere quanti erano, ad esempio, i mercanti di Parigi sotto Luigi XVI, o i landlords inglesi nel secolo XVIII, o i lavoratori dell'industria manifatturiera belga agli albori del XIX. Dovremo sottoporre un periodo storico intero alla nostra logica indagine, rintracciarvi un movimento sociale, e quindi politico, sia pure che, attraverso alti e bassi, errori e successi, si cerchi una via, ma di cui sia evidente l'aderenza al sistema di interessi di una parte di uomini posti in una certa condizione dal sistema di produzione e dai suoi sviluppi.

Così Federico Engels, in uno dei primi suoi classici saggi di tale metodo, dalla storia delle classi lavoratrici inglesi traeva la spiegazione di una serie di movimenti politici e dimostrava la esistenza di una lotta di classe.

Questo concetto dialettico della classe ci pone al di sopra delle scialbe obiezioni dello statistico. Egli perderà il diritto a vedere le classi opposte nettamente divise sulla scena della storia come le masse corali sulle tavole di un palcoscenico, egli non potrà nulla dedurre contro le nostre conclusioni dal fatto che nella zona di contatto si accampano strati indefinibili, attraverso i quali si svolge uno scambio osmotico di singoli individui, senza che la fisionomia storica delle classi che sono in presenza l'una dell'altra venga alterata.

* * *
Il concetto di classe non deve dunque suscitare in noi un'immagine statica, ma un'immagine dinamica. Quando scorgiamo una tendenza sociale, un movimento per date finalità, allora possiamo riconoscere la esistenza di una classe nel senso vero della parola. Ma allora esiste, in modo sostanziale se non ancora in modo formale, il partito di classe.

Un partito vive quando vivono una dottrina ed un metodo, di azione. Un partito è una scuola di pensiero politico e quindi un'organizzazione di lotta. Il primo è un fatto di coscienza, il secondo è un fatto di volontà, più precisamente di tendenza ad una finalità.
Senza questi due caratteri noi non possediamo ancora la definizione di una classe. Può, ripetiamo, il freddo registratore di dati constatare delle affinità di circostanze di vita in aggruppamenti più o meno vasti, ma nessuna traccia si segna nel divenire della storia.

E quei due caratteri non possono aversi che condensati, concretati nel partito di classe. Come questa si forma, col perfezionarsi di date condizioni e rapporti sorgenti dall'affermarsi di nuovi sistemi produttivi - ad esempio l'impiantarsi di grandi stabilimenti a forza motrice reclutando e formando le numerose maestranze -, così si comincia per gradi a concretare in una coscienza più precisa l'influenza degli interessi di tale collettività, e tale coscienza comincia in piccoli gruppi di essa. Quando la massa è sospinta ad agire, sono solo questi primi gruppi che hanno la previsione di una finalità, che sospingono e dirigono il rimanente.

Questo processo deve essere pensato, ove ci riferiamo alla moderna classe proletaria, non per una categoria professionale, ma per tutto l'insieme di essa, e allora si vede come una più precisa coscienza di identità di interessi vada sorgendo, ma anche come questa risulti di un tale complesso di esperienze e di nozioni, che solo in gruppi limitati e comprendenti elementi scelti di tutte le categorie può riscontrarsi. E la visione di un'azione collettiva, che tenda a finalità generali che interessano tutta la classe, e che si concentrano nel proposito di mutare tutto il regime sociale, può solo in una minoranza avanzata essere chiaro.

Questi gruppi, queste minoranze altro non sono che il partito. Quando la formazione di questo ha raggiunto un certo stadio, pur essendo sicuro che essa non procederà mai senza arresti, crisi, conflitti interni, allora possiamo dire di avere una classe in azione. Comprendendo una parte della classe, è pure solo il partito che le dà unità di azione e di movimento, perché raggruppa quegli elementi che, superando i limiti di categoria e località, sentono e rappresentano la classe.

Questo rende più chiaro il senso della verità fondamentale: il partito è solo una parte della classe. Guardando all'immagine fissa ed astratta della società, chi vi scorgesse una zona, la classe, ed in essa un piccolo nucleo, il partito, cadrebbe facilmente nella considerazione che tutta la parte della classe, la maggioranza quasi sempre, che resta fuori del partito, potrebbe avere peso maggiore, maggiore diritto. Ma per poco che si pensi che in quella grande massa restante gli individui non hanno ancora coscienza e volontà di classe, vivono per il proprio egoismo, o per la categoria, o per il campanile, o per la nazione, si vedrà che allo scopo di assicurare nel movimento storico l'azione d'insieme della classe, occorre un organismo che la animi, la cementi, la preceda, la inquadri - è la parola - si vedrà che il partito è in realtà il nucleo vitale, senza di cui tutta la rimanente massa non avrebbe più alcun motivo di essere considerata come un affasciamento di forze.

La classe presuppone il partito - perché per essere e muoversi nella storia la classe deve avere una dottrina critica della storia e una finalità da raggiungere in essa.

* * *
La vera e l'unica concezione rivoluzionaria dell'azione di classe sta nella delega della direzione di essa al partito. L'analisi dottrinale, ed un cumulo di esperienze storiche, ci consentono di ridurre facilmente alle ideologie piccolo-borghesi ed antirivoluzionarie qualunque tendenza ad inficiare e contrastare la necessità e la preminenza della funzione del partito.

Se la contestazione viene da un punto di vista democratico, la si deve sottoporre a quella stessa critica che serve al marxismo per sbaragliare i teoremi favoriti del liberalismo borghese.

Basterà per questo rammentare che, se la coscienza degli uomini è il risultato e non la causa delle caratteristiche dell'ambiente in cui sono costretti a muoversi, la regola non sarà mai che lo sfruttato, l'affamato, il denutrito, possa capacitarsi che deve rovesciare e sostituire lo sfruttatore ben pasciuto e ferrato di ogni risorsa e capacità. Questo non può essere che l'eccezione. La democrazia elettiva borghese corre incontro alla consultazione delle masse, perché sa che la maggioranza risponderà sempre a favore della classe privilegiata, e delegherà ad essa volontariamente il diritto a governare, e a perpetuare lo sfruttamento.

Non è l'introdurre o il togliere dal computo la piccola minoranza degli elettori borghesi, che sposterà i rapporti. La borghesia governa con la maggioranza che è tale non solo rispetto a tutti i cittadini, ma altresì in mezzo ai soli lavoratori.

Se quindi di quelle azioni ed iniziative che devono essere riservate al partito, questo chiamasse giudice tutta la massa proletaria, esso si vincolerebbe ad un responso che sarebbe quasi certamente favorevole alla borghesia; sempre poi meno illuminato, avanzato, rivoluzionario, soprattutto meno dettato da una coscienza dell'interesse veramente collettivo dei lavoratori, del risultato finale della lotta rivoluzionaria, di quello che esce dalle sole file del partito organizzato.

Il concetto del diritto del proletariato a disporre della sua azione di classe non è che una astrazione senza alcun senso marxista, e che cela il desiderio di condurre il partito rivoluzionario ad allargare la sua cerchia a strati meno maturi, poiché man mano che questo avviene le decisioni che ne scaturiscono si avvicinano di più agli intendimenti borghesi e conservatori.

Se di questa verità cercassimo le conferme, oltre che dall'indagine teorica, dalle esperienze che la storia ci ha fornite, ne troveremmo larghissima messe. Ricordiamo che è luogo comune squisitamente borghese contrapporre il "buon senso" della massa ai "nefasti" di una "minoranza di sobillatori", ostentare le migliori disposizioni verso i lavoratori tra il più livido odio verso il partito a mezzo del quale essi soltanto pervengono a ferire gli interessi degli sfruttatori. E le correnti di destra del movimento operaio, le scuole socialdemocratiche di cui la storia ha dimostrato il contenuto reazionario, di continuo pongono la massa contro il partito, vorrebbero riconoscere la classe in consultazioni più vaste dei quadri ristretti del partito, e quando non possono dilatare questo al di fuori di ogni preciso confine di dottrina e di disciplina nell'azione, tendono a stabilire che i suoi organi preminenti non debbano essere quelli designati solo dai suoi militanti, ma quelli scelti alle cariche parlamentari da un corpo più vasto - ed infatti i gruppi parlamentari sono sempre all'estrema destra dei partiti da cui emanano.

Tutta la degenerazione dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, ed il loro apparente divenire meno rivoluzionari della massa non organizzata, derivava dal fatto che essi ogni giorno di più perdevano la precisa sagoma di partito, appunto perché facevano dell'operaismo, del "laburismo", ossia funzionavano non più come avanguardie precorritrici della classe, ma come sua espressione meccanica in un sistema elettorale e corporativo in cui si dava lo stesso peso e la stessa influenza agli strati meno coscienti e più dominati da egoismi della classe proletaria stessa. La reazione a questo andazzo anche prima della guerra, e particolarmente in Italia, si svolgeva nel senso di difendere la disciplina interna del partito, impedire l'accesso ad esso di elementi non perfettamente postisi sul terreno rivoluzionario della nostra dottrina, contrastare le autonomie del gruppo parlamentare e degli organi locali, epurare le file del partito da elementi spuri. Questo metodo è quello che si è rivelato come il vero antidoto del riformismo e forma il fondamento della dottrina e della pratica della Terza Internazionale, per la quale è in primissima linea la funzione del partito, accentrato, disciplinato, orientato chiaramente sui problemi di principio e di tattica; per la quale "il fallimento dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale non fu il fallimento dei partiti proletari in generale", ma fu, mi si consenta l'espressione, il fallimento di organismi che avevano dimenticato di essere dei partiti, perché avevano cessato di essere tali.

* * *
Esiste poi un altro ordine di obiezioni al concetto comunista della funzione del partito, ed è in relazione ad un'altra forma critica e tattica di reazione alle degenerazioni del riformismo. Sono le obiezioni della scuola sindacalista, che invece riconosce la classe nei sindacati economici, ed afferma che sono questi gli organi atti a guidarla nella rivoluzione.

Anche queste obiezioni, che apparentemente vengono da sinistra, e che hanno, dopo il periodo classico del sindacalismo francese, italiano, americano, avuto nuove formulazioni da tendenze che sono sui margini della Terza Internazionale, si riducono facilmente ad ideologie semiborghesi, così con la critica di principio, che con la constatazione dei risultati a cui hanno condotto.

Si vorrebbe ravvisare la classe in una sua organizzazione, certamente caratteristica ed importantissima, che ci è data dai sindacati professionali, di categoria, che sorgono prima del partito politico, che raggruppano masse molto più estese, e corrispondono quindi maggiormente alla totalità della classe lavoratrice. Dal punto di vista astratto un simile criterio dimostra solo un inconsapevole ossequio a quella stessa menzogna democratica su cui calcola la borghesia per assicurare il suo dominio attraverso l'invito alla maggioranza del popolo a scegliersi un governante. Da altri punti di vista teorici questo metodo va incontro alle opinioni borghesi; quando affida ai sindacati l'organizzazione della nuova società, rivendicando i concetti di autonomia e di decentramento delle funzioni produttive che sono i medesimi degli economisti reazionari. Ma non è qui nostro intento svolgere un esame critico completo delle dottrine sindacaliste. Basterà, passando al tempo stesso a compulsare i risultati dell'esperienza, constatare come gli elementi di estrema destra del movimento proletario abbiano sempre fatto proprio le stesso punto di vista di mettere innanzi la rappresentanza sindacale della classe operaia, ben sapendo con questo di sbiadire ed attenuare i caratteri del movimento per quelle semplici ragioni che abbiamo accennate. La borghesia stessa ha modernamente una simpatia ed una tendenza tutt'altro che illogica per le manifestazioni sindacali della classe operaia, nel senso che andrebbe con piacere - nella sua parte più intelligente - incontro a riforme del suo apparato statale e rappresentativo che facessero largo posto ai sindacati "apolitici", ed anche alle stesse loro richieste di esercitare un loro controllo sul sistema produttivo. La borghesia sente che, finché si può tenere il proletariato sul terreno di esigenze immediate ed economiche che lo interessano categoria per categoria, si fa opera conservatrice evitando la formazione di quella pericolosa coscienza "politica" che è la sola rivoluzionaria, perché mira al punto vulnerabile dell'avversario: il possesso del potere.

Ma ai sindacalisti antichi e moderni non è sfuggito il fatto che il grosso dei sindacati era dominato da elementi di destra, che la dittatura di dirigenti piccolo-borghesi sulle masse si fondava, più ancora che sul meccanismo elettorale degli pseudo-partiti socialdemocratici, sulla burocrazia in cui erano inquadrati i sindacati. Ed allora i sindacalisti, e con essi moltissimi elementi mossi soltanto da uno spirito di reazione all'andazzo riformista, si diedero a studiare nuovi tipi di organizzazione sindacale, e costituirono nuovi sindacati indipendenti da quelli tradizionali. Come tale espediente era teoricamente falso, poiché non superava il criterio fondamentale dell'organizzazione economica, di accogliere necessariamente tutti quelli che sono in date condizioni per la loro partecipazione alla produzione senza chieder loro speciali convincimenti politici e speciali impegni ad azioni che potessero anche esigere il proprio sacrificio, poiché inseguendo il "produttore" non riusciva a varcare i limiti della "categoria", mentre solo il partito di classe, considerando il "proletario" nella vasta gamma delle sue condizioni e delle sue attività, riesce a destare lo spirito rivoluzionario nella classe - così, quell'espediente si rivelò in fatto insufficiente allo scopo.

Non si cessa tuttavia dal cercare una simile ricetta anche oggi. Una interpretazione affatto errata del determinismo marxista, un concetto limitato della parte che hanno nella formazione delle forze rivoluzionarie sotto la originaria influenza dei fattori economici i fatti di coscienza e di volontà, conduce molti ad inseguire un sistema "meccanico" di organizzazione, che inquadrando, direi quasi automaticamente, la massa secondo certi rapporti della situazione degli individui che la compongono rispetto alla produzione, si illude di trovarla senz'altro pronta a muoversi per la rivoluzione e con la massima efficienza rivoluzionaria. Risorge la soluzione illusoria di collegare la soddisfazione quotidiana degli stimoli economici col risultato finale di un capovolgimento del sistema sociale, risolvendo con una formula organizzativa il vecchio problema dell'antitesi tra le conquiste limitate e graduali e la massima realizzazione di programma rivoluzionario. Ma - giustamente disse in una sua risoluzione la maggioranza del partito comunista tedesco, quando queste questioni erano in Germania più accese (e determinarono poi la secessione del Partito Comunista del Lavoro) - la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione.

La rivoluzione esige un organamento di forze attive e positive, affasciate da una dottrina e da una finalità. Notevoli strati ed innumeri individui che materialmente appartengono alla classe, nell'interesse della quale la rivoluzione trionferà, sono al di fuori di questo affasciamento. Ma la classe vive, lotta, avanza, vince, mercé l'opera di quelle forze che ha enucleate dal suo seno nei travagli della storia. La classe parte da una omogeneità immediata di condizioni economiche che ci appare come il primo motore della tendenza a superare, ad infrangere l'attuale sistema produttivo, ma per assumere questa parte grandiosa essa deve avere un suo pensiero, un suo metodo critico, una sua volontà, che miri a quelle realizzazioni che l'indagine e la critica hanno additate, una sua organizzazione di combattimento che ne incanali ed utilizzi col migliore rendimento gli sforzi ed i sacrifici. Ed in tutto questo è il partito.


 
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view post Posted on 13/10/2009, 18:32Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 15/12/2009, 15:50


Compagni,
essendo comunque questo un forum, facciamo lo sforzo di scrivere messaggi più brevi (sono il primo a peccare in questo senso... e lo riconosco!) però al fine di rendere il più inclusiva la partecipazione credo sia dovuto.

<<ci son molti modi di uccidere: si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, toglierli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra, solo pochi di questi modi sono proibiti dallo stato>>.

Brecht


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view post Posted on 15/10/2009, 10:26Quote

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Compagni,
premetto senza polemica, io invece direi meno chat e discussioni inutili e spesso personali che non portano da nessuna parte e invece piu' approfondimento lettura analisi studio di documenti come quest'ultimo riportato dal "nostro" Partito Comunista d'Italia.

 
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view post Posted on 15/10/2009, 18:36Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 15/12/2009, 15:50


Vabbene la discussione approfondita, ma al fine di non appesantire la lettura della pagina, inserire link e basta.
Nessunissima polemica.

<<ci son molti modi di uccidere: si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, toglierli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra, solo pochi di questi modi sono proibiti dallo stato>>.

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view post Posted on 15/10/2009, 18:59Quote

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Leggo con estremo interesse i post di Volna. A volte salto qualche passaggio ma poi rileggo l'articolo per comprenderne meglio i concetti. Colgo l'occasione per ringraziarlo per i documenti che posta qui sul forum e per il sempre aggiornato ed utile sito :)
 
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view post Posted on 16/10/2009, 09:50Quote

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CITAZIONE (MA07 @ 15/10/2009, 19:36)
Vabbene la discussione approfondita, ma al fine di non appesantire la lettura della pagina, inserire link e basta.
Nessunissima polemica.

Scusami non conosco le problematiche dello spazio del Forum.


CITAZIONE (falco80 @ 15/10/2009, 19:59)
Leggo con estremo interesse i post di Volna. A volte salto qualche passaggio ma poi rileggo l'articolo per comprenderne meglio i concetti. Colgo l'occasione per ringraziarlo per i documenti che posta qui sul forum e per il sempre aggiornato ed utile sito :)

Grazie Falco

 
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view post Posted on 16/10/2009, 21:11Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 16/12/2009, 08:43


Sono assolutamente contrario alla linea programmatica di questo movimento "Volna", perchè ha qualcosa di mitologico, contrabbanda una specie di sortilegio per cui lo sviluppo del movimento comunista viene ancorato al mitico ritorno alle origini, non rendendosi conto (forse per mancanza di riflessione su sè) che il ritorno alle origini non è mai - per definizione - un recupero di qualcosa che si è perso COSI' COME lo si è perso, ma un recupero di qualcosa che si è perso, che nonostante la scomparsa ha continuato a muoversi per "moto proprio" dietro le quinte della storia, ovvero, quando si recupera qualcosa di passato lo si recupera sempre secondo concetti presenti (così come è impossibile recuperare la classicità Greca come era al tempo, ma la si recupera sempre con categorie moderne), questo vuol dire che si è preda di un meccanismo - per giunta irriflesso - di proiezione del presente sul passato, che è appunto passato. Il movimento "Volna" (non l'utente, che gode della mia stima massima) compie un gravissimo errore, si propaganda materialista ma compie azioni idealiste, è idealistico recuperare programmi passati, pensando - SOLO A-POSTERIORI - di svilupparli (o aggiornali, qui non mi importa l'azione susseguente, io sto criticando il prima), già con il recupero li si sta sviluppando, è inevitabile, ed è il massimo insegnamento della dialettica materialista! Invece il movimento "Volna" presume di poter slegare il programma del PCd'I dal contesto in cui è stato agìto preservando i concetti fondamentali del programma, il che è impossibile, quei concetti sono riflessioni su processi reali, perciò non li si può distaccare da quei processi e trasportarli "intatti" nel presente per poi criticarli solo in seguito, per assurdo per preservarli intatti si dovrebbe trasportare il programma del PCd'I del 1921 nel 2009 assieme al PCd'I in carne ed ossa del 1921 nel 2009 (quindi Bordiga e Gramsci dovrebbero lottare assieme a noi!), il che è comico oltre che religioso. A costo di ripetermi: già citare Marx del Capitale oggi, vuol dire svilupparlo, perchè la storia non è passata invano, il problema è rendersi conto dello sviluppo che si è verificato e agire di conseguenza.

Altro problema riguardante il ritorno alle origini. I casi sono diversi e non vorrei mancare di rispetto, ma questa storia del ritorno mi fa tornare alla mente il vecchio Heidegger, col suo ritorno alla vita contadina. Penso che non sia un caso, ma tutte le operazioni di ritorno hanno quell'aroma di ontologia dei fondamenti che mi infastidisce parecchio, mi infastidisce perchè dietro alla pratica dei ritorni si cela sempre un'operazione scorretta: il passato viene sempre visto come periodo che precede il futuro, è solo un antecedente temporale che va risalito, il che cela una ulteriore idea tacita: la progressiva corruzione dell'umanità. Ritorno indietro in modo da risalire la catena delle cause che hanno portato alla corruzione del movimento comunista, arriverò ad un punto di purezza e da lì potrò ripartire. Tutto questo è impossibile. La causa della degenerazione del movimento comunista è qui ed ora, è simultanea come simultaneo è il capitalismo (poi citerò un esempio tratto dal brano per esemplificazione), non serve a nulla risalire la catena all'indietro, mentre si risale la catena del movimento operaio, si risale contemporaneamente la catena del capitalismo, perciò si arriva alla tautologia seguente: p. es. il movimento comunista ha cominciato a degenerare nel 19XX mentre il ciclo capitalistico segnava l'anno 19XX (stesso anno di prima), questo di quale utilità dovrebbe essere? Sappiamo i problemi del movimento comunista nel 19XX, ma li sappiamo per il 19XX, è una grossa banalità. Non possiamo slegare il soggetto (il Partito) dall'oggetto (Capitalismo) perchè questo è anti-dialettico, mi spiace per i compagni del "Volna", ma adottano un criterio scientifico sorpassato non da Marx, ma addirittura da Hegel! Separa soggetto e oggetto e li analizza separatamente, trasportando un soggetto in un oggetto diverso, non accorgendosi di operare in maniera metafisica, peggiorando la già errata ipotesi di ricerca scientifica di arrivare all'oggettualità depurandola dalle "eccedenze" soggettive (Volna fa di peggio e depura il soggetto dall'oggettività, di peggio perchè almeno il metodo scientifico classico nota il primato dell'oggetto), invece di cercare il soggetto nell'oggetto e viceversa l'oggettività del soggetto, non si rende conto questo movimento che non esistono soggetti slegati da oggetti e viceversa, che soggetto e oggetto si contaminano, perciò il PCd'I del 1921 è un soggetto oggettivo di un tempo preciso irripetibile ed è impossibile depurare il PCd'I del 1921 dalle "scorie" del suo tempo. Quando analizzo il programma del 1921 analizzo anche il capitalismo del 1921 e viceversa, mai e poi mai potrò slegarli; pensarlo è fare dell'ontologia (ecco perchè ho pensato ad Heidegger) ma ontologia soggettivistica, si ipostatizza addirittura un soggetto, già è grave farlo con un oggetto, il PCd'I sarebbe un PRIMO, e considerandolo primo lo si eternizza (pur criticandolo poi, ma le critiche devono sempre essere immanenti, sono stolide le critiche esterne, a me è stato insegnato che il differente è indifferente, che opporre qualcosa dall'esterno è schivare l'oggetto che si vuole colpire), lo si impoverisce delle determinazioni concrete che aveva, perciò è facile poi incollare il programma del 1921 al 2009, come è facile incollare il concetto di libertà (dopo averlo svuotato) a tutte le bisogne. E' l'irriducibilità ontologica dell'ontico.
CITAZIONE
Anziché prendere - come secondo il vecchio metodo metafisico - una fotografia istantanea della società in un momento dato, e lavorare poi su quella per riconoscervi le varie categorie in cui gli individui che la società compongono vadano catalogati, il metodo dialettico vede la storia come una cinematografia che svolge l'uno dopo l'altro i suoi quadri; ed è nei caratteri salienti del movimento di questi che la classe va cercata e riconosciuta.

Questo è un esempio del metodo causale scorretto. E la frase va integrata con una appena precedente.
CITAZIONE
La critica marxista vede la società umana in movimento, nel suo svolgersi nel tempo, con criterio essenzialmente storico e dialettico, studiando cioè il collegarsi degli avvenimenti nei loro rapporti di reciproca influenza.

Consideratemi un eretico del marxismo, non m'importa, io dico che Marx si può considerare un teorico dell'assenza di tempo, che il capitalismo come tutti i fenomeni storici si muova nel tempo è di una banalità incredibile, perciò posso presumere che Marx abbia sorvolato tranquillamente sulla questione del movimento temporale, lo dava per scontato (quanto era ottimista considerando che nel 2009 c'è chi presume ritorni). Marx ha considerato il capitalismo come un sistema nel senso forte, come un corpo organico i cui elementi sono simultanei tra loro, perciò il movimento dialettico non è nel tempo, ma è nello spazio (ma è solo una metafora perchè nella realtà non c'è movimento spaziale che non sia temporale), uno spazio del concetto se mi permettete, Marx se lo immagino nel cervello con una specie di modello e lo vede vibrare nella propria testa, questo è il movimento dialettico, quando si analizza un processo dialettico, il prima e il dopo non sono nel tempo (è banale dirlo), ma sono un prima e un dopo metaforici, sono dei momenti, che sono perciò simultaneamente presenti. Il marxismo non è uno storicismo, questo lo dico ancora tornando con la mente all'errore di voler tornare alle origini, vedere la dialettica come una dinamica temporale è idealismo (è la dialettica di Hegel che presuppone un'origine da cui tutto si svolge), perchè il marxismo invece opera sempre con insiemi complessi irriducibili alla semplicità Una, non c'è mai un'origine, c'è sempre un insieme complesso che si muove, non si può mai risalire all'origine, non ha senso farlo perchè l'origine non esiste, all'origine c'è sempre un insieme complesso irriducibile, al contrario se il processo si svolgesse semplicemente nel tempo (se fosse una dialettica del tempo) non ci sarebbe mai nulla di nuovo perchè tutto sarebbe costantemente nuovo, mentre si ha nuovo solo quando si ha conservazione del vecchio (anche se Hegel diceva che il nuovo è il vecchio, ma non ci credo, non credo si fosse capito), sarebbe un movimento a 2 a 2 in cui il 3 è assolutamente nuovo, di quel nuovo che lo è non perchè è sviluppo del vecchio ma perchè è esterno al vecchio (allora è indifferente al vecchio), solo grazie al fatto che il capitalismo è stato da Marx analizzato in simultanea si ha la grande scoperta che nel processo sorgono elementi nuovi ma soprattutto combinazioni nuove di vecchi elementi (il nuovo qui è il mutare di posizione e funzione del vecchio soprattutto), nuovi perchè conservano il vecchio mutandolo, non cancellandolo come si ha in una dialettica che crede che lo sviluppo sia temporale solamente. Il movimento è orizzontale, si ha movimento verticale (nel tempo) propriamente quando si ha il salto da un modo di produzione ad un altro, se si considerano solo movimenti verticali, non si hanno modi di produzione, ma solo un grande caos, gli invarianti (ammesso che tale termine sia accettabile ma ne dubito) hanno senso perchè hanno una velocità di cambiamento inferiore rispetto al panorama in rapido cambiamento orizzontale, quando si ha movimento verticale, gli invarianti perdono il loro senso, se si avesse solo movimento nel tempo non ci sarebbero mai invarianti perchè niente si può mantenere in una qualche costanza nel tempo, non ha senso concepire un'invariante nel tempo, già ha poco senso concepirlo nello spazio perchè comunque con il movimento intracapitalistico i suoi elementi cambiano di significato, ma in questo caso almeno per alcuni elementi si può ben dire che il loro senso sostanziale è rimasto conservato; se il sistema si spostasse solo nel tempo sarebbe un non-sistema, sarebbe un caos in movimento vorticosamente senza direzione, e gli invarianti sarebbero un non-sense, invece concependo il sistema in movimento nello spazio, si ha la possibilità di mantenere degli invarianti perchè solo quando si avrà salto dialettico da un sistema ad un altro questi scompariranno. Si potrebbe - forzando Einstein - dire questo è un eterno presente mobile in orizzontale, che il capitalismo è in un eterno presente, il futuro è solo il socialismo, è sempre oggi, domani sarà solo socialismo o barbarie. Forse bisognerebbe tirare fuori la vecchia matematica infinitesimale e dire che in fondo nel capitalismo si ha un movimento nel tempo infinitesimale, fin quando si ha il cambio di giorno (da oggi a domani) col passaggio al socialismo, ci sono giorni che valgono anni e anni che valgono giorni.
 
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Lo sviluppo del movimento comunista non parte da un ritorno alla origini ma è un divenire costante. Non si prende una data o un anno o un periodo della storia del movimento comunista in questo caso della sinistra, astraendolo dal suo contesto storico, sociale e politico. Sarebbe banale. Quello che si può proporre oggi è come i rivoluzionari hanno legato la strategia e il programma comunista a determinate situazioni storiche, e siccome i connotati essenziali della lotta di classe e del capitalismo non sono cambiati, hanno ancora una validità politica. Sarebbe come dire di prendere oggi come linea portante la tattica dei rivoluzionari prima di Livorno '21. La stampa e le analisi sui processi reali continuano sulla stampa, (peridici, analisi, saggi, giornali) e propaganda della sinistra..

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view post Posted on 16/10/2009, 22:06Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 16/12/2009, 08:43


Eppure la tattica dei ritorni non è tanto episodica, è comune a quasi tutti i movimenti che si richiamano al comunismo, non è solo parte del programma del movimento "Volna", è una malattia senile del movimento comunista. Si legge Marx come un classico e lo riporta pari-pari nel 2009, è una pratica ben diffusa, non ho sentito nè studiato molti (li potrei contare sulle dita di una mano) compagni che hanno sviluppato il marxismo, si ha sempre paura di uscire dal seminato e si ripetono pappagallescamente interi periodi linguistici come fossero tratti da Sacre Scritture; Stalin è ben vivo e lotta contro di noi, ancora si misura il comunismo in base alle citazioni che si riproducono; forse il mio intervento non è stato ben compreso, ma già studiare Marx oggi (studiarlo davvero) è uno sviluppo di Marx, altrimenti ingessarlo al 1867 significa non capirlo. Non ho ancora trovato uno che sia uno movimento comunista degno di questo nome che si sia preso la briga di analizzare l'oggi, è sempre un voler tornare alla sicurezza delle dimore antiche, sempre una ricerca di un immediata purezza, non c'è analisi, c'è solo esegesi. Traggo più beneficio da analisi non comuniste rispetto a quelle propugnate dalla mia parte politica. Io sto con un aforisma di Nietzsche che ridicolizza i ritorni alle origini - e se non ve ne siete ancora accorti le analisi delle varie LC, BC, CCI, Volna, Programma Comunista ... sono delle esegesi e poco altro - chiamandole backwoods, le foreste di dietro, intendendo le origini come non-origini ma sempre come mediazioni.
 
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view post Posted on 16/10/2009, 22:28Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 15/12/2009, 23:33


Per parte mia ci può essere un fondo di verità con quello che affermi e posso capire le tue critiche. Anche se nell'insieme mi appaiono più una forzatura perchè non vedo tutta questa esegesi, d'altra parte se ci fosse stato un rivoluzionario della levatura di Marx, ( e non è santificare un uomo ) forse il movimento comunista oggi non sarebbe a questi livelli. Forse non ci s'intende sulla definizione di 'marxisti' o quelli che si considerino tali, sulla base delle loro azioni politiche oltre che sui loro studi o sui loro programmi. A volte vedo in articoli o posizioni di organizzazioni, partiti etc che si richiamano ala sinistra che mancano o sono difficili da scorgere delle conclusioni politiche o prese di posizioni chiare di fronte ai fatti attuali, e noto come sia più facile ripetere formule e tesi magari autoreferenti. Ma l'elemento più importante, la strategia o programma comunista è quello che mi rende chiaro quello che per me è marxista, rivoluzionario, internazionalista da quello che non lo è.
Dai tuoi interventi non sono ancora riuscito a capire a quali linee politiche fai riferimento, o quali hai sviluppato tu stesso.

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view post Posted on 19/10/2009, 18:42Quote

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Matteo, ti ho letto spesso con interesse, e molte altre volte invece ( e questa e' una di queste) ho/abbiamo difficolta' ad arrivare alla fine dei tuoi post, in questo caso incentrato su un presupposto che non ci appartiene come questo fantomatico "ritorno" alle origini. Noi cerchiamo la continuita'.
Volna nasce come un esigenza di studio e informazione, da questo punto di partenza, abbiamo fatto dei passi avanti e ci siamo avvicinati ad un partito quello che per noi, ha in se, quel filo rosso del marxismo rivoluzionario, al di la del numero di militanti che lo compongono, e' il partito comunista da quel lontano (ma non troppo) 1848.
Non sappiamo ancora se Volna (come sito) andra' avanti, ma poco importa.
Per noi, il partito Comunista ( al di la dei nomi) andava ricercato tra quelli che si richiamano alle posizioni della sinistra comunista, l'unica che a seguito della degenerazione della terza internazionale fu capace di rimanere ancorata alle posizione del PROGRAMMA COMUNISTA, il resto non ci interessava e non per supponenza ma perche' il partito e' una scuola di pensiero e un metodo di azione, e stare "fuori" o aspettare chissa' quale messia fa solo male, non al partito stesso, ma ai militante che da soli, sono in balia di qualsiasi brezza.
Il programma dei militanti comunisti e' quello del 21 c'e' poco da fare, e il Partito di oggi se non e' il linea con quel programma non e' il partito comunista, punto!
Non c'e' piu' nulla da "inventare" il sistema di concezione del mondo e della storia umana, il nostro materialismo dialettico, il capitale con la sua dottrinascientifica economica usato come metodo interpretazione dell’economia capitalistica, il nostro Manifesto come solco e tracciato storico e politico dell’emancipazione della classe operaia mondiale, i princìpi e metodi della vittoriosa rivoluzione russa, l'insieme globale dell'opera leninista e del suo partito etc etc... Insomma tornare indietro per continuare ad andare avanti, unire quelfilo rosso del marxismo, che esiste ancora, certo che si, da quando non dovrebbe esiste piu' il partito? dal 21? dal 26? dal 43? dal 52?

Tornare a militare nel partito comunista, e affrontiamo le posizioni politiche del nostro partito, il "resto" lasciamolo ai liberi pensatori, agli intellettuali borghesi..

Se è vero che, oggi, tutti i problemi relativi allo sviluppo del partito si pongono nella cornice storica di una crisi ideologica e pratica senza precedenti nel movimento internazionale socialista, ciò malgrado l’esperienza passata basta a stabilire una legge: la ricostituzione della potenza offensiva della classe operaia non può essere il risultato di una revisione, di un aggiornamento del marxismo, o, meno che mai, della "creazione" d’una pretesa dottrina nuova

 
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view post Posted on 19/10/2009, 20:56Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 16/12/2009, 08:43


Capisco il lessico ostile dei miei messaggi, fa parte di uno stile che mi sono imposto volutamente per stimolare la ricerca, sono contrario alle semplicità sbandierate come grandi verità, quando invece sono solo banalità; ritengo come molti compagni che la terminologia sia essenziale alla scientificità, perciò non faccio un passo indietro, quando avrò concetti più precisi - frutto di lavoro, non immediatamente come evidentemente si continua a pensare, è impensabile una scienza che parta con concetti già elaborati a-priori, mentre il compito di ogni scienza è quella di elaborare la logica specifica dell'oggetto, perciò deve costruirsi i propri concetti; molto modestamente come Marx presuppongo sempre persone disposte a fare fatica - li userò, ma ogni discorso è sempre un per-altro, altrimenti è preghiera, perciò non parlerò mai come "l'uomo qualunque", perchè dietro ad ogni immediatezza di linguaggio c'è una mediatezza - costruita a tavolino dai dominanti per irretire i lavoratori - che viene accettata supinamente in nome del "sano buon senso".
Questa era la premessa. Veniamo al dunque. Non hai colto il centro della mia critica e riconfermi il fatto che la vostra è una malcelata operazione di ritorno alle origini, lo dici qui forse con un lapsus.
CITAZIONE
Il programma dei militanti comunisti e' quello del 21 c'e' poco da fare, e il Partito di oggi se non e' il linea con quel programma non e' il partito comunista, punto!

Questa sentenza potrebbe essere scritta come epitaffio per ogni idealista, altro che punto. Il vostro è un errore metodologico abnorme e mi meraviglio che non ve ne accorgiate, è aver malcompreso l'ABC della dialettica reale del rapporto partito/classe, è lo stravolgimento - in salsa idealista appunto - del corretto rapporto tra programma e punto di sviluppo del partito nella situazione storica concreta, è il più sfacciato anti-comunismo. Due sono le strade che vi si aprono: 1) affermate che il programma del vostro movimento è la preparazione delle condizioni soggettive per la dittatura del proletariato (ed è una ovvietà spacciata per grande verità, senza questa banalità si perde il titolo di comunisti, e come ogni verità di grande respiro ha ben poco valore); 2) affermate che il programma del partito comunista è indifferente rispetto alle condizioni della lotta di classe (e tornate indietro anche rispetto ad Hegel per quanto riguarda la lettura della categoria della contraddizione, tornate al famoso "punto d'indifferenza" dell'irrazionale Schelling). A questo punto urge un doveroso chiarimento.
Prima una piccola nota di passaggio. Capisco il volersi ritenere dialettici perchè si mettono assieme termini opposti, ma fosse questa la dialettica, sarebbe l'arte del dire tutto per non dire niente. Non vuol dire assolutamente nulla "tornare indietro per andare avanti", non è giustapponendo termini dall'esterno che si ottiene una sintesi, dovreste chiedervi: quale procedimento garantisce la possibilità di questi ritorni (ma non erano vietati i ritorni?)? Vi siete chiesti se è possibile o meno tornare indietro e capire il passato senza interpolarvi surrettiziamente elementi del presente? (La psicologia dice di no, la metodologia della ricerca storica vieta espressamente di provare a concepire anche solo lontanamente il cosiddetto "spirito del tempo", perchè acutamente nota che vengono introdotti elementi dell'osservatore nel passato); come posso tornare indietro a Marx per esempio? Il materialismo lo vieta, voi no perchè portate avanti un discorso idealistico, staccate la teoria dall'oggettività che l'ha generata e pensate di ibernarla facendole magicamente compiere un salto in avanti di TOT anni; il vostro è un tipico discorso platonico di stile iperuranico, credete ad un mondo popolato di teorie che viaggiano avanti e indietro nel tempo e magicamente non vengono contagiate dalle scorie materiali, depurate a tal punto la teoria dalle scorie del suo tempo che vi trovate in mano dogmi di fede e niente altro (vi siete chiesti come può una dottrina religiosa come quella cristiana sopravvivere immutata nei secoli? Semplice, è per il fatto che è un vuoto la dottrina stessa, una pura forma senza contenuto che si può incollare a piacimento con poco sforzo su ogni epoca), sono solo verità autoevidenti che come tali non dicono niente di concreto; la vostra mancanza di riflessione sui legami tra teoria e pratica è evidente, non riuscite a fare vostro il concetto di pratica-teorica, anche la teoria è una pratica, con un proprio oggetto su cui agire e con propri prodotti (le conoscenze), invece Volna porta avanti la bizzarra teoria per cui il programma del 1921 è casualmente frutto del 1921, possiamo benissimo dire che è indifferente sia stato redatto del 1921; strano materialismo questo!
Ora il cuore del problema: il ruolo del programma. Volna soffre di una malattia comune all'area della sinistra comunista, il programmismo; è una malattia senile del comunismo italiano; c'è la malattia del tatticismo e quella del programmismo, quale delle 2 sia più letale per il comunismo non lo saprei dire, entrambe mescolate assieme costituiscono di certo un mix altamente tossico per la mente del proletario. Sul tatticismo si sono versati fiumi d'inchiostro (basterebbe prendere a modello la storia del PCI), sul programmismo invece no, è clamorosamente calata una cortina di ferro (ritengo che la malattia di tatticismo fosse talmente acuta da oscurare la sua gemella, ma ora che siamo guariti dal tatticismo, riecco spuntare puntuale il programmismo). Cos'è il programma? Anzitutto perchè fermarsi ad 1 solo programma? Qualcosa Trotsky col suo programma minimo l'ha insegnato a questi pischelli o no? Il programma soffre dello stesso dramma di cui soffre l'altro grande strumento marxista: l'inchiesta operaia; entrambi questi strumenti hanno un senso proprio corretto solo se adeguatamente plasmati sulla situazione concreta del partito comunista, slegati da questa sono carta straccia o peggio carta da culo. Cosa vuol dire? Programma e Inchiesta Operaia sono strumenti per natura duplici: da una parte registrano i risultati del movimento passato, dall'altro programmano il movimento futuro, in un continuo gioco di rimandi la cui incessante dialettica sola può tenerli vivi, fossilizzarsi su uno dei 2 momenti (movimento passato o movimento futuro) è un ingessarli. E' possibile un programma immutato dal 1921? Si è possibile tutto, è anche possibile che gli uomini come oggi credano alle religioni, ma questo non le rende oggettivamente vere, così come falso può essere un programma ripetuto pappagallescamente a distanza di tempo; è il pontificare dei rabbini pensando d'avere verità finali (altra malattia della sinistra comunista), poi in mano si trovano dei programmi ingessati e col problema che il proletariato non fa ciò dovrebbe stando a quei programmi; la fonte del problema sta nel problema malposto, i programmi sono specifici per il tempo specifico (a meno di non ridurli a vuota fraseologia buona per tutte le stagioni, in questo caso ha ragione Volna affermando che il programma è quello del 1921, ma che il partito comunista debba lottare per la dittatura del proletariato, scusa ma non è un scoperta che mi da un granchè di nuovo, è piuttosto la scoperta dell'acqua tiepida, il proletariato gradirebbe conoscenze più specifiche). Quello che Volna (e il loro ritorno al programma del 21) non capisce è che il programma è il frutto della riflessione del partito sulla propria posizione, pongo su carta ciò che realmente sono (non ciò che vorrei essere, e scusa la franchezza, non me ne frega nulla di cosa si vorrebbe essere, ovvero un grande partito comunista, mi interessa cosa sei ora, ovvero una nicchia, e scusa se la differenza è abissale), il partito nel programma registra il proprio stato clinico, così come nell'inchiesta operia, al contrario il programmismo vorrebbe usare gli strumenti del programma e dell'inchiesta operaia per sopperire alla mancanza di contatto con la classe, per saltare le fasi del proprio sviluppo; io personalmente posso dire di essere un niente e sono marxista perchè lo affermo e lo rivendico, di essere un niente perchè niente è ora il partito comunista, non posso darmi un programma perchè non ho le basi per farlo, non posso avere un programma perchè non sono l'avanguardia del proletariato, e non lo sono perchè la mia pratica-teorica è insufficiente (come la vostra) per comprendere la situazione odierna; solo quando porrò sul piatto la positività (negativa perchè distruzione della società attuale) di una comprensione adeguata della realtà potrò darmi un programma. E' l'ennesimo tentativo di creare una setta autoreferenziale il volersi dotare di programmi fissi, questo è il messianesimo, non quello di chi non cede di un passo dall'unica verità assoluta: la ricerca critica costante sola può spiegare il mondo, non i ritorni a verità ultime. Eccone un esempio.
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Tornare a militare nel partito comunista, e affrontiamo le posizioni politiche del nostro partito, il "resto" lasciamolo ai liberi pensatori, agli intellettuali borghesi..

Sarò brutale perchè i militanti per professione hanno sempre fatto alquanto schifo. Il partito non è un film porno, sia chiaro! Non si milita a caso come se militare fosse un'azione in sè, allora anche militare in un film porno ci avvicina al comunismo? No dirai, solo il militare nel partito comunista; allora militare nel partito pur sbagliando è un vantaggio? No dirai, solo se si milita con la giusta teoria. Allora militare è un grande ideologia, non si deve militare per forza, quando non ci sono le condizioni corrette per farlo, militare è sempre militare dalla parte sbagliata, che leninismo è il militare fine a sè stesso? Mai sentito, io ho sempre sentito: "Senza teoria, niente rivoluzione"! Quando non c'è - come ora, e non c'è! - un partito comunista degno, io non milito in carrozzoni traballanti che hanno il solo scopo di dare un senso a tristi esistenze, non è in gioco la mia di vita qui - mentre nel militare fine a se stesso è sempre in gioco il sentirsi soggettivamente "con la coscienza a posto", "oh io almeno c'ho provato" - quando un comunista diviene tale deve a-priori ficcarsi in testa che c'è una possibilità che nella sua vita non possa mai militare in nessun partito perchè le condizioni non lo permettevano, il soggettivismo schifoso di chi crede di salvarsi la faccina perchè ha militato, lo respingo al mittente. Potremmo non vedere mai il sorgere del partito, io l'ho messo in cantiere, e soprattutto sono stato sempre fiero di aver avuto come maestro un personaggio come Marx che ha sempre deciso di lavorare per il secolo e non per la sua sporca e brutta vita, io lavoro per il secolo, non MI interesso.
Ultima cosa. Quale sarebbe il resto da lasciare ai borghesi? Al proletariato la merda di lavorare come un fabbro 12 ore in officina, ai padroni il diletto di occuparsi del destino dell'umanità? Quando saremo responsabili dei consigli operai, se mi capiterà mai di parteciparvi, voglio operai ansiosi di imparare, non i caproni che sono ora (caproni perchè è questo che devono essere per mantenere il sistema), non voglio una società modellata su questi uomini, è l'uomo nuovo che sorgerà dal comunismo, non questo uomo che non si occupa del "resto". Noto una certa avversione per la teoria, ma Marx cos'era? Un minatore? E Lenin? Un ciabattino? O forse erano operai d'avanguardia che hanno dedicato i loro sforzi all'azione anche teorica stante la divisione sociale del lavoro?
 
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11 replies since 13/10/2009, 11:26
 
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